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Le canzonette della mala

Il giornale della musica, n. 285, ottobre 2011, di Ettore Castagna

Le canzonette della mala

La mitologia della ‘ndrangheta nelle canzoni “da bancarella” e la realtà della nuova malavita calabrese nel mondo globalizzato

L’idea dell’ Uomo Nero che imbraccia la chitarra e ci canta una rude, sanguinaria, inquietante canzone di malavita è affascinante. Lo è per il pubblico e lo è, ancor di più, per il mercato globalizzato. Su questa seducente idea è nata la parabola commerciale della musica della ‘ndrangheta, un fenomeno discografico partorito in Calabria negli anni Ottanta (con qualche prematuro vagito sin dagli anni Sessanta e Settanta), che oggi, forse, si va spegnendo inghiottito dai ritmi incalzanti di un mercato per il quale il consumo incessante della novità è un dato costitutivo, una condizione fondante. Come tutte le storie degne di essere raccontate anche la nostra ha un antefatto. La Calabria dagli anni Sessanta agli anni Ottanta è stata scenario di un interessante fenomeno che possiamo definire di mercato musicale marginale. Una serie di piccole etichette della provincia di Reggio Calabria accoglievano tutto ciò che il mercato dominante rifiutava: repertori di gruppi folkloristici, canzonette dialettali, musica tradizionale. Dai 45 giri al 33 sino alla musicassetta, era un mercato low cost: “musica da bancarella”, si diceva, con nastri che si compravano, allora, a tremila lire. L’avvento del cd e poi della musica digitale ha messo nettamente in crisi questo fenomeno e tutta la quantità di etichette minuscole che pullulavano fra Reggio e provincia sono progressivamente scomparse nel corso degli anni Novanta. In questo mondo piccolo e ribollente, nel pieno delle sanguinarie faide di una ‘ndrangheta in fase crescente e sempre più esplosiva, inizia la storia delle canzonette di ‘ndrangheta. Gli autori sono compositori, regolarmente iscritti alla Siae, che cercano la loro via al successo individuando un filone destinato a proliferare con una fortunata serie di cassette dai titoli ad effetto: “Picciottu d’onori”, “A leggi ill’onorata”, “Giuramentu d’onuri”,“Brutta ‘Mpamita”, “Canti di Malavita”, “Cu sgarra paga” e così via, lungo la linea d’ombra fra il giornalistico, il noir e una cupa fiaba per bambini. Sarà bene precisare che il termine canzonetta non è qui utilizzato in senso spregiativo ma solo tecnico. È la forma-contenitore, la struttura commerciale alla quale ci ha abituati il mercato discografico e in particolare il mercato pop. I testi sono violenti, cronachistici, e parlano di sangue, onore, vendette, regolamenti di conti.

Giovanottu diciti cchi cercati?/Onura e sangu eu ci rrespundia/supa sta barca si vui ‘nchianati/onura e sangu trovamu ppe via (…)/Degnu e meritevuli fui arrecanuscitu/sutta l’arburu da scienza abbattiatu/onuratu circulu a tutti vi salutu/fi nu ala morti a vui su vinculatu/Iu fazzu l omu ppe sangu e ppe onuri/e ppi scacciari l’infami e tradituri/nenti perdunu e nudda pietà/chistu m’imponi stu corpu e società
(“Ndrangheta, Camurra e Mafia”)

Si esaltano la vita dell’uomo d’onore e i valori dell’onorata società, tendendo a costruirne una piccola mitologia sonora atta alla produzione e al consumo. Primo fra tutti il noto mito di fondazione ‘ndranghetista che vede l’organizzazione nata da misteriosi e antichi cavalieri.

De na notti di un tempu chi fu/tri cavaleri da Spagna se partiru/dall’Abruzzi a Sicilia passaru/e poi cca in Calabria se fermaru/Vintunanni lavoraru sutta terra/ppi fundari li rreguli sociali/leggi d’onori di sangu e di guerra/leggi maggiori minori e criminali/E sti reguli di sangu e d’omertà/da patri a fi gghiu si li tramandaru/chisti su i leggi di la società/leggi chi u signu ‘nta storia dassaru

(“Ndrangheta, Camurra e Mafia”)

Le musiche sono nella schiacciante maggioranza collegabili alla canzonetta italiana storica e a quella napoletana, magari al country o a un melodico di sapore sudamericano. In un’epoca di ammazzatine, con i morti quotidianamente per strada, questa produzione fece in qualche modo presa e alcune migliaia di musicassette andarono vendute sul territorio calabrese. Simbolicamente, si tratta di una vera saga della nostalgia: proprio mentre la nuova ‘ndrangheta dei mercati globalizzati, degli affari colossali nella finanza, nel commercio della droga, nel controllo degli appalti miliardari trionfava e la vecchia guardia veniva sterminata militarmente, con azioni spettacolari e uno spargimento di sangue senza precedenti. Al coltello e alla lupara subentrava il kalashnikov e il bazooka e la vecchia ‘ndrangheta, troppo romantica e passata di moda con la sua retorica della famiglia, con la sua (più o meno sincera) opposizione alla droga, veniva sterminata. Rientrava invece in scena nelle canzonette calabresi degli anni Ottanta per le quali l’uomo d’onore è cavaliere ed è gentiluomo nonché diretto discendente, in una impresentabile zuppa storica, dei briganti post-unitari e dei beati paoli, con qualche significativa strizzata d’occhio alle rivendicazioni di giustizia sociale, lavoro, equità per il Sud e per la Calabria.

Ficiru n’assemblea tutti quanti/presidiata da sbirri e confidenti/‘nta stessa notti ‘ndi ‘ttaccaru tanti/omini onesti omini valenti/Volia sapiri chia o legg ingrata/ppecchì ‘nde tratti comu delinquenti/e ‘nfami e vili tu li lassi fora/e mandi ‘nta galera l’innocenti/O tribunali pecchi lu facisti/ca tu spezzasti tanti cori onesti/ppe tutta a Chiana fu grandi sventura/jittasti a nnui dinta sta cella scura/Omini onesti nun ve scuraggiati/faciti la galera e non ciangiti/non dati gustu a certi magistrati/faciti a cuntu ca vui non ci siti (…)/...e rricurdativi ca si ‘nta Calabria succerenu/certi cosi a curpa ll’ava puru lu guvernu!/Nun c’e lavuru i pi la genti ill’Asprumunti/ogni jornu cchi passa esti n’infernu!/Chista è na terra abbandunata/e tutti i un patri di famigghia chi ava a ffari/quandu ogni jornu senti chi i so’ figghi/cercanu pani cercanu mangiari?
(“Disgrazia chianota”)

Le canzonette calabresi costituiscono una apologia di questa figura idealtipica di ‘ndranghetista gentiluomo “di una volta”, effettivamente vagheggiata e rimpianta nella cultura popolare regionale ma di una verità storica forse relativa.

Peppinu fi ci sempi u so’ doveri/‘spettu ‘ndi purtava a tutti quanti/campava ppi li fi gghi e pa mugghieri/ora vi pregu comu pregu i santi/Purtatimi davanti a ddu Cainu/chi di li ‘nfami esti lu chiu ‘nfamu/peggiu di Giuda è stu vili assassinu/c’hai a spaccari u cori cu sta manu/Vogghiu la me vinditta e mi l’aviti e ddari/non c’esta nuddu u mundu chi ma poti negari/a vostra leggi è chista contr’all’infamita perciò vogghiu giustizia do capu società
(“U tranellu”)

La ‘ndrangheta effettivamente non è un corpo estraneo alla cultura popolare storica calabrese ma ne è un prodotto diretto. La fine del mondo contadino e pastorale nella sua crisi definitiva collocabile alla metà del XX secolo ha costretto la ‘ndrangheta a rompere gli ormeggi e, come la metastasi di un corpo oramai morto, a proseguire la sua inquietante sopravvivenza. La ‘ndrangheta ancora oggi, con la sua affezione ai cerimoniali, alla retorica del sangue, della famiglia, dei giuramenti e della vendetta, costituisce uno scoglio dove la modernità si infrange e alcune forme ancestrali di gestione del potere, della violenza, dell’autorità si mescolano con le più avanzate forme gestionali di un capitalismo internazionale e deterritorializzato.

La ‘ndrangheta odierna non ha tempo per le canzonette – anche se sicuramente si compiace che qualcuno le componga e che magari ne costruisca un’occasione di mercato - e affida ad altri l’espressione della propria nostalgia verso il passato contadino e pastorale. Anch’essa condivide la nostalgia globale verso il passato che contagia viralmente tutta la socialità e l’economia contemporanea con antichi e tradizionali sapori, odori, suoni per il turismo, per i supermercati, per il commercio dell’arte e della musica. La nuova ‘ndrangheta deterritorializzata ama far sentire il proprio controllo nelle feste religiose locali, e gli uomini d’onore che controllano Milano, Toronto, le città tedesche ritornano a portare in processione la statua del santo patrono, a controllare in piazza nel giorno della festa il ballo della cosiddetta tarantella.

Oggi addirittura si dilettano nell’organizzare sagre, incontri sul prodotto tipico, addirittura stage di danza e musica tradizionale. La canzonetta no, non è appetibile per loro, non rappresenta niente di utile nel quadro di quel persistente interesse per il territorio che le ‘ndrine continuano a manifestare. Il mondo della canzonetta di ‘ndrangheta ha nomi, cognomi, titoli, autori, etichette, produttori, paga le tasse ed è iscritto alla Siae. È un mondo della messa in scena artistica, in questo uguale a tanti altri mondi: c’è chi usa il satanismo o il sesso per vendere musica e c’è chi usa il canto della lupara. Pecunia non olet, e l’importante è che funzioni. In questa logica l’anno 2000 è il momento fatidico. Una vena produttiva che dopo aver espresso una ventina di musicassette tematiche si era poi spenta insieme al declinare della faida fra vecchi e nuovi clan ed al progressivo silenzio delle armi da fuoco, trova una rivitalizzazione. Un’etichetta tedesca, la Mazza Music/Pias, lancia prima sul mercato europeo e poi internazionale delle compilation di questo materiale che risultava inedito per il grande pubblico. È il momento della notorietà mondiale, della diffusione sul web, dei tour internazionali di gruppi di “malavita music” che si presentano sui palchi con coppole, pistole a salve e messe in scena di omicidi live: è un successo preparato con cura e professionalità. Buona parte della stampa internazionale si interesserà al fenomeno costruendo il piccolo mito digitale di un’autentica musica della ‘ndrangheta, di una scoperta etnografica senza precedenti, di un Buena Vista Social Club degli uomini d’onore. Oggi dopo tre compilation che hanno goduto di notevole riscontro commerciale e altri episodi discografici di minore entità, il fenomeno sembra in decrescita, la novità è forse consumata e consumati appaiono anche gli argomenti del sangue, dell’onore e dell’omertà: la ‘ndrangheta music è probabilmente destinata a spegnersi. Anche perché non supportata da una vera e forte vena musicale: le canzonette di ‘ndrangheta sono incerte musicalmente, non hanno un vero “genere”, non sono rap, non sono reggae, non sono raï. Di certo non ci troviamo di fronte alla forza magari vitalistica e magari kitsch del neomelodico napoletano la cui presa plebea e travolgente in ambito partenopeo appare però solida e non sempre musicalmente disprezzabile, anche quando strizza l’occhio al mondo camorrista e/o malavitoso. Incapace di generare velocemente novità, la canzonetta di ‘ndrangheta è oggi in crisi di fronte ai ritmi divoranti di un mercato che ha tanto corteggiato. Il suo futuro e la sua sopravvivenza restano comunque ad esso indissolubilmente legati.

 

 

Ettore Castagna ha pubblicato Sangue e onore in digitale, ed. Rubbettino

 
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