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Sangue e onore in digitale: la replica di Ettore Castagna a Elisabetta Ricci

Non si replica alle recensioni. Almeno sin qui io ho creduto così. Capisco che potrà sembrare ingenuo ma ho sempre nutrito uno speciale rispetto verso la recensione di un libro, di un disco, di uno spettacolo teatrale. Si tratta di una sorta di responsabilità che il giornalista (o chi per lui) si assume: condensare in poche righe riflessioni, considerazioni forti, elementi che possono determinare il futuro di un’opera. Quanti pessimi libri esaltati da recensioni entusiaste? Quanti ottimi libri invece stroncati da recensori severi e consegnati alla rivalutazione (forse) da parte della posterità? Insomma la recensione è un passaggio importante ma, sempre per la famosa ingenuità di cui sopra, ho a tutt’oggi ritenuto che fosse  legittima perché fondata su ciò che un libro dice realmente. E se lo dice è giusto che lo si metta in discussione, nel bene e nel male. Se la recensione è un atto forte, dunque, deve essere fondata, congruente, fortemente basata sui contenuti. Ancor di più se si tratta, per fare un esempio diretto, di saggistica e non di gossip e frivolezze. Diversamente è l’atto stesso del recensire che se ne trova inficiato. Navigando in rete in un recente pomeriggio ho incrociato una recensione nel web “comminata” al mio Sangue e onore in digitale. Contravvenendo a quello che ho creduto e praticato, per una volta sento il bisogno della replica. Su www.elisabettaricci.it trovo un lungo articolo a firma della stessa Ricci relativo al libro in questione. Devo dire che, a un livello del tutto iniziale, mi sono sentito lusingato dalla lunghezza del testo. Qual meraviglia! Pure Castagna come Levi-Strauss avrebbe una recensione di un paio di cartelle. Ma la seduzione iniziale si è presto risolta in una netta delusione intellettuale soprattutto verso il termine del testo. Un mio compagno di scuola al liceo, in anni ahimè remoti, scriveva temi lunghissimi. Fogli e fogli protocollo. In un italiano perfetto questi temi non dicevano nulla. E lui prendeva sempre e solo sei. La signora Ricci devo dire che fa di peggio. La recensione, anche se piuttosto lunga, si rivela, libro alla mano, vaga e imprecisa nella restituzione dei contenuti. Chiunque abbia letto Sangue e onore in digitale se ne accorgerà facilmente. Ma se sin qui si sarebbe potuto evitare di prendere cappello, nella parte finale la nostra, non contenta delle  leggerezze precedenti passa alle armi pesanti. Il libro viene accusato di asetticità, di essere "scevro… di incursioni sugli aspetti più drammatici" ovvero di non essere abbastanza giudiziario e denunciante. Magari facendo liste degli appalti truccati, della droga smerciata, dei politici controllati. Il fatto che si tratti di uno scritto di antropologia diviene un rimprovero, una colpa dell’autore. Perché perdere tempo con l’etnografia, con la documentazione, con la riflessione sottile? Tagliamo corto, lanciamo slogan, lasciamo perdere la scienza troppo asettica e di scarso effetto. Solo chi urla prende posizione, pare. Dispiace dover far notare che quella che la Ricci definisce “asetticità” si chiamerebbe etnografia. E’ un atto indispensabile per avviare una riflessione sul tema pressoché inedito dell’immagine della malavita calabrese. La Ricci arriva ad essere sconcertante quando sostiene che il libro potrebbe "fuorviare menti poco preparate". Per cui se non siete laureati alla Normale di Pisa o alla Ecole des Hautes Etudes non azzardatevi a leggermi, aggiungo io. Infine mi si accusa di costruire intorno alla ‘ndrangheta "un persistente, accentuato alone leggendario che pervade il testo". In sostanza sarei “colpevole” di ciò che io stesso rilevo nei miei oggetti di osservazione. Ma non ero "asettico" poco prima? Subito dopo vengo promosso a sostenitore della 'ndrangheta. Dall'asettico all'infettivo a gran velocità. Mi trovo costretto a far notare che l’alone leggendario riguarda il business di chi vende immagine della ‘ndrangheta facendo affari, non l’antropologo che osserva il fenomeno e lo restituisce secondo il proprio punto di vista scientifico e narrativo. Lo scenario è reso ancor più complesso dal dato che molti di questi “commercianti” non sono nemmeno organici alle mafie italiane ma semplici imprenditori a cui il mercato globalizzato lascia fare, tanto pecunia non olet e qualcosa bisognerà pur vendere e comprare. Hollywood ha guadagnato soldi a palate vendendo mafia siciliana, tanto per fare un esempio noto. E quello sì che è un fenomeno di immagine che ha creato alone leggendario intorno alle mafie, trasformando l’uomo nero in mito contemporaneo desiderabile. Signora Ricci, io non sono Al Pacino né Marlon Brando anche se mia madre mi considera molto bello. Sono un antropologo e analizzo l’immagine o, meglio, il caleidoscopio di immagini che gravitano intorno a questo business planetario. Un business che riguarda anche l’immagine della ‘ndrangheta. La Sua recensione associa le mie intenzioni a quelle dell’oggetto della mia ricerca, io farei una sorta di pubblicità positiva surrettizia a ciò che studio. Ma ha mai visto un medico ammirare un tumore, costruirne un alone leggendario? Una biopsia per Lei sarà asettica o, magari, una mitizzazione positiva del cancro. Per me è un indispensabile atto di studio e conoscenza. Quando il dito indica la luna, lo stolto guarda il dito. Così si dice. Signora Ricci, lei dove stava guardando mentre scriveva la recensione? Io un'idea me la sono fatta.


 
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