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LA LEGGENDA DELLA MAFIA L'ISOLA DEI TRE CAVALIERI CHE FONDARONO LE COSCHE

Di Enrico Bellavia (www.repubblica.it)

Si riempiono la bocca di onore e santità. Recitano salmi visionari come fossero preghiere. Si interrogano per rinsaldare nel rito l'appartenenza. Poi sparano e trafficano, convinti di adempiere al solo scopo che gli è dato. Sono gli uomini della 'ndrangheta, ricchi e feroci, crudeli e incolti, ma molto, molto osservanti. Tra tutte le organizzazioni, quella calabrese i codici se li scrive e se li tramanda e forse anche in questo sta la sua forza. Di più, nella leggenda di una comune origine, è l'unica tra le mafie a pretendere di ricomprendere le altre due. Il mistero sta nella storia di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i cavalieri spagnoli della setta segreta Garduna, fuggiti da Toledo nel 1400 dopo aver vendicato col sangue e nel sangue l'onore di una sorella, approdati su un tre alberi a Favignana e lì rintanatasi negli anfratti di tufo dell'isola galera per 29 anni, 11 mesi e 29 giorni.

Tornati alla luce, avevano nelle mani le chiavi del mistero. Uno, Osso, rimase in Sicilia e fondò Cosa nostra, l'altro, Mastrosso, dalle buche del Mediterraneo mise piede nei crepacci dell'Aspromonte. Il terzo, Carcagnosso, si spinse fino a Napoli dando vita alla camorra. Che poi era il nome del primo nucleo originario di tutte e tre. Ogni uomo delle 'ndrine, picciotto o camorrista fino al santista che è il punto più alto della gerarchia, conosce questa storia e quell'universo di simboli che si trascina dietro. I codici, come bibbia, viaggiano nella diaspora degli ndranghetisti emigranti. Uno degli ultimi codici conosciuti, Nicola Calipari, il funzionario dei servizi segreti morto in Iraq durante la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena nel 2005, lo aveva scovato in Australia. Lo aveva letto e tradotto, sostenendo gli sforzi della polizia locale impegnata a decifrare le gesta di una ndrina che da uno sperduto paesino della Piana era andata a mettere radici in un altro continente. Calipari, provando a liquidare la facile equazione di calabrese uguale mafioso, provò a spiegare cosa fosse l'organizzazione e a quale impasto di regole e osservanze fosse ancorata. Della leggenda di Osso, Mastrossoe Carcagnosso, della sua capacità di ricomprendere per stratificazioni successive la storia delle organizzazioni, in un impasto di credenze pagane, suggestioni religiose, stimoli massonici ed epiche risorgimentali con Garibaldi, La Marmora e Mazzini a fare da santi laici alla noblesse dei mammasantissima, Enzo Patti, pittore di Favignana, offre oggi una lettura intrigante, carica delle suggestioni che devono riempire la testa dei ragazzi che si avvicinano all'organizzazione. Un magistrato, Vincenzo Macrì, uno studioso Enzo Ciconte e un giornalista che è stato anche presidente della commissione parlamentare antimafia, Francesco Forgione, firmano tre brevi saggi a corredo delle tavole di Patti, pubblicate da Rubettino. Il libro, con prefazione di Nino Buttita, fa la sua prima apparizione ufficiale oggi nella Tonnara dell'isola dove tutto ebbe inizio. Un divertissment ma anche un modo per ragionare su quel che è la più temibile emergenza criminale del Paese, relegata per anni a una quasi gregaria controfigura dell'onnipresente mafia siciliana. Nel fragore delle armi, nell'esultanza della repressione che colpiva Cosa nostra, la ndrangheta, forte della propria tradizione, è cresciuta fino a scoppiare dei soldi che adesso traboccano da tutte le parti. Il volume è una carrellata sui simboli e sulle parole di una organizzazione che fa del silenzio omertoso il proprio pilastro ma che alla dittatura della parola tra iniziati non può sottrarsi. Nella elaborazione dei codici è tutto un rincorrersi di domande e risposte, di negazioni e affermazioni di principio. Cos'è un camorrista? «È come una farfalla che gira e rigira per prendere novità e portarle alla società». Cosa vi ha dato la società? «Sette belle cose». E quali sono? «Omertà, fedeltà, politica, falsa politica, carta, penna e sferra (coltello)». Ed ecco il giuramento: «Giuro su questo pugnale d'omertà con la punta bagnata di sangue di essere fedele ai miei compagni e di rinnegare padre, madre, sorelle e fratelli e di adempiere tutti i miei doveri, se necessario, anche col sangue». Nel codice c'è l'originee ci sono le fondamenta di quell'universo criminale che si rappresenta ora come rito di passaggio ora come rito iniziatico. La nascita di una cosca, il locale, è un battesimo, chiamato proprio così, e il luogo fisico ha una sua pregnanza che ne fa qualcosa di molto simile a una loggia, a differenza di Cosa nostra che gioca tutto sull'affiliazione dell'uomo d'onore. I punti di contatto, ovviamente, sono molti e la società rimane tale a identificare una consorteria di eletti che ha proprie regole e sanzioni, nelle quali sostanzia la disciplina interna e la propria legittimazione. Gocce di sangue, puntura di spillo o di coltello, fuoco che brucia l'immagine sacra, sono gli ingredienti dell'affiliazione. La famiglia di sangue è rinnegata in nome della società cui si deve cieca obbedienza e totale sudditanza. Vecchie cose? Cianfrusaglie per la soffitta di criminali d'altri tempi? Non esattamente. Questa è storia di oggi. «Hanno 17 e 18 anni - racconta Forgione - Sono due cugini. Uno vive a Sinopoli, l'altro è australiano. Sono in auto, in un pomeriggio di inverno sull'Aspromonte. Chiacchierano ingannando il tempo. Mondi lontani che si incontrano nel nome del sangue: sono due degli Alvaro, una delle famiglie più ramificate della ndrangheta». Ecco cosa si dicono: «Nella vita conta solo l'onore e il rispetto, anzi il rispetto conta più dell'onore, se uno ti rispetta noi lo rispettiamo, come un cugino e noi per un cugino ci facciamo pure ammazzare. Ma il rispetto lo fanno i soldi e le pistole». I cavalieri ora volano in jet ma il richiamo del sangue è lì a ricordargli da dove vengono, cosa sonoe qualè il loro destino.

 

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