QUELLO CHE SAVIANO NON DICE

Lo scontro tra lo scrittore Roberto Saviano e la Lega Nord non è iniziato a Vieni via con me. Già a fine luglio 2010, infatti, l'autore di Gomorra, in una intervista a Vanity Fair, si era chiesto: «Dov'era la Lega quando la 'ndrangheta si infiltrava in Lombardia?». Anche allora, come oggi, i vertici padani erano insorti. Roberto Castelli lo definì «accecato e reso sordo dal suo inopinato successo e dai soldi».
Ieri sera, tuttavia, Saviano ha alzato la voce in prima serata, nelle orecchie di 9 milioni di telespettatori. E la sua denuncia è andata più a fondo, complice forse anche l'ispirazione di un volume recentemente pubblicato da Rubbettino, 'Ndrangheta Padana, di Enzo Ciconte, docente di Storia della criminalità organizzata all'università di Roma Tre ed ex consulente della commissione parlamentare Antimafia
Il racconto di Saviano: citazioni di altri e «un errore madornale»
«Saviano ha tradotto in un linguaggio diverso quello che ho scritto io», ha dichiarato Ciconte a Lettera43.it, «l'unica differenza è che non ha citato la fonte». E in effetti nelle pagine del libro è descritta, nel dettaglio, la riunione dei vertici della 'ndrangheta al circolo dedicato ai magistrati Paolo Borsellino e Giovanni Falcone il 31 ottobre 2009; c'è l'arresto, il 13 luglio scorso, del direttore della Asl di Pavia, Carlo Antonio Chiriaco, con tanto di sottolineatura delle intercettazioni in cui il dirigente vanta di essere tra i fondatori della 'ndrangheta a Pavia; c'è la vicenda del consigliere regionale lombardo della Lega Nord Angelo Ciocca, immortalato dai carabinieri nella primavera del 2009 insieme con l'avvocato e boss mafioso Pino Neri; c'è la ricostruzione certosina dell'organizzazione criminale esportata dalla Calabria al Nord; e c'è persino la citazione d'annata dell'ideologo leghista, Gianfranco Miglio, che nel 1999 aveva ipotizzato che «alcune manifestazioni tipiche del Sud» andassero «costituzionalizzate».
Tuttavia, ha argomentato Ciconti , Saviano si è spinto un passo oltre, parlando specificamente di una 'ndrangheta che «interloquisce con la Lega». Frase che ha mandato su tutte le furie il Carroccio, che ha minacciato azioni giudiziarie e chiesto il diritto di replica. E che si fonda sulla vicenda di Ciocca, sospettato di aver intrattenuto rapporti con Neri per far confluire i voti leghisti sul candidato scelto dalla 'ndrangheta per le comunali di Pavia del 2009, Francesco Rocco Del Prete. Una vicenda, tuttavia, per la quale Ciocca non è indagato.
Giulio Cavalli, attore e consigliere regionale lombardo dell'Italia dei Valori, non ha esitato a definirla «una bufala». Di più. Secondo Cavalli averla raccontata è stato «un errore madornale». Perché «è assurdo parlare di un incontro inopportuno e non parlare di politici che sicuramente hanno ricevuto voti di mafia e che siedono in consiglio regionale». Per il consigliere dipietrista, che vive sotto scorta proprio a causa delle sue denunce a suon di nomi e cognomi della realtà delle cosche mafiose in Lombardia, se da un lato è vero che «la mafia corrompe di norma i partiti di maggioranza, e la Lombardia da vent'anni ha un preciso colore politico», dall'altro è altrettanto vero che «il binomio Lega-'ndrangheta è molto azzardato».
Lega responsabile di aver negato il fenomeno
La tesi, condivisa da Ciconte e Cavalli, è che una responsabilità leghista deve essere individuata, ma a livello squisitamente ideologico, e consiste nella «minimizzazione» e nel «negazionismo», parola di Cavalli, del fenomeno mafioso al Nord.
«La colpa della Lega è aver scelto come prioritaria nel contrasto alla criminalità la lotta contro gli stranieri, e non alla 'ndrangheta», ha sottolineato Ciconte. «Senza aver fatto nulla per chiarire chi fosse il reale nemico, la Lega ha disarmato i leghisti».
Nutrendo così una classe dirigente impreparata ad affrontare un fenomeno che affonda le sue radici nella sciagurata legge sul soggiorno obbligato dei mafiosi degli anni 60 e che negli ultimi 15 ha portato a infiltrazioni nella grande distribuzione commerciale ed agroalimentare, nel turismo, nella sanità e, soprattutto, nell'edilizia.
«Inoltre la Lega è quella che ha salvato Nicola Cosentino (negando l'autorizzazione a utilizzare le intercettazioni che lo riguardavano, nda)», ha ricordato Ciconte, «e che tollera personaggi come Marcello Dell'Utri».
«A prescindere da eventuali responsabilità giudiziarie, oggi inesistenti», ha affermato Cavalli, «la Lega dovrebbe riflettere sul fatto che ormai la criminalità organizzata può compiere a Milano omicidi come nemmeno a Campobasso, e può venire a conoscenza di informazioni strategiche, come quelle sui terreni dell'Expo, prima delle istituzioni». Un «federalismo della responsabilità», come lo definisce Cavalli, che deriva dall'aver «venduto questo Nord come superiore rispetto al Sud, quando invece vi accadono fatti che nell'immaginario leghista sono associati solo a Platì».
Ma se l'ideologia leghista non è andata oltre la «propaganda di Maroni», la 'ndrangheta si è evoluta. «Le novità fondamentali dal 1992 ad oggi», riassume Ciconte, «sono due. La prima è che allora, contrariamente a oggi, non furono individuate responsabilità di uomini politici. La seconda è che è mutato il rapporto tra imprenditoria e mafia. Allora gli imprenditori erano vittime del sistema mafioso. Oggi sono loro ad alzare la cornetta per chiamare i boss».
Fonte: lettera43.it





















