Da Calabria Ora - 03 gennaio 2012
Le xilografie dei secoli scorsi, stampe e acquerelli di inizio Ottocento, e le prime foto, sul finire dello stesso secolo: immagini rare, bellissime e terribili, che accompagnano la puntuale analisi storiografica di Enzo Ciconte in "Banditi e briganti, rivolta continua dal Cinquecento all'Ottocento", da poco nelle librerie per i tipi di Rubbettino editore. Un testo nuovo, nello sconfinato panorama della letteratura sul brigantaggio, che per la prima volta riprende e racconta "il filo che lega e separa banditi e briganti" e i contesti politici, sociali, religiosi e culturali in cui si svolsero le vicende oggi avvolte dal mito e dalla leggenda. Banditi, come venivano definiti quelli "colpiti dal bando", ossia dal decreto di espulsione dalla comunità, tra il Cinquecento e il Settecento; briganti, come i francesi indicavano tutti quelli che si ribellavano alla loro dominazione.
Il Sole24ore.com - 11 dicembre 2011 Da Genova a New York. Dall'allestimento compatto nell'ampio salone del Palazzo della Borsa, al percorso distribuito nei locali del palazzetto dell'Istituto Italiano di Cultura, al 686 di Park Avenue, tra la 68ma e la 69ma. La mostra «150 anni di genio italiano» racconterà ai newyorkesi, dal 15 dicembre al 27 gennaio prossimo, il non marginale contributo degli scienziati e inventori italiani al miglioramento delle conoscenze e delle condizioni di vita umane, da quanto il Paese è diventato anche una realtà politica.
Il giornale della musica, n. 285, ottobre 2011, di Ettore Castagna
Le canzonette della mala La mitologia della ‘ndrangheta nelle canzoni “da bancarella” e la realtà della nuova malavita calabrese nel mondo globalizzato
L’idea dell’ Uomo Nero che imbraccia la chitarra e ci canta una rude, sanguinaria, inquietante canzone di malavita è affascinante. Lo è per il pubblico e lo è, ancor di più, per il mercato globalizzato. Su questa seducente idea è nata la parabola commerciale della musica della ‘ndrangheta, un fenomeno discografico partorito in Calabria negli anni Ottanta (con qualche prematuro vagito sin dagli anni Sessanta e Settanta), che oggi, forse, si va spegnendo inghiottito dai ritmi incalzanti di un mercato per il quale il consumo incessante della novità è un dato costitutivo, una condizione fondante. Come tutte le storie degne di essere raccontate anche la nostra ha un antefatto.
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La Repubblica - 16 dicembre 2011 Centocinquant'anni di trattative con i boss, dai Borbone alle stragi del '92. Nel libro del giudice Morosini un'Italia occulta che dialoga col nemico. In prima pagina è finita solo negli ultimi tempi, quando abbiamo scoperto che dietro «clamorose operazioni», poliziesche si nascondeva qualcosa di losco. Eppure, pronunciare quella parola ci fa ancora paura. Se ne dibatte e se ne scrive, ma con molto riguardo – o prima o dopo - ci sistemiamo sempre un aggettivo che la presenta come improbabile se non addirittura inverosimile. Una volta diciamo che è "presunta”, un'altra che è "ipotetica". È un'ipocrisia tutta italiana per non voler credere a ciò che abbiamo avuto sotto gli occhi per almeno centocinquanta anni. Una trattativa dopo l'altra. Trattativa: è un vocabolo che spiega molto della storia del nostro Paese. Oggi conosciamo quella fra Totò Riina e alcuni pezzi dello Stato per fermare le stragi del 1992 e del 1993. E la raccontiamo come unica, conseguenza di una drammatica stagione politica iniziata con Tangentopoli e finita con la morte di Falcone e Borsellino. Ma c'è un bellissimo saggio (Attentato alla giustizia. Magistrati, mafia e impunità, Rubbettino Editore, pagg 286, euro 15,00) che da domani è in libreria [il libro è già disponibile, N.d.R.] e che ci ricorda come, in Italia, la voglia di scendere a patti con le mafie c'è sempre stata. L'ha scritto Piergiorgio Morosini, giudice per le indagini preliminari a Palermo e segretario generale di Magistratura Democratica. Dentro un paio di capitoli del suo libro si rintraccia un catalogo di "papelli", uno sterminato elenco di inconfessabili accordi, di negoziati e scambi che risalgono all'Unità d'Italia. E anche a prima. Se è vero - ed è così, purtroppo - che la mafia esiste ufficialmente da un secolo e mezzo, è altrettanto vero che da un secolo e mezzo lo Stato ha sempre trafficato con boss di ogni risma e rango. Il libro di Morosini è sostenuto da una robusta documentazione e, pagina dopo pagina, ricostruisce vicende estratte da archivi storici e giudiziari. Ne affiora un'Italia occulta dove la «trattativa» non si è fermata mai.
Non si replica alle recensioni. Almeno sin qui io ho creduto così. Capisco che potrà sembrare ingenuo ma ho sempre nutrito uno speciale rispetto verso la recensione di un libro, di un disco, di uno spettacolo teatrale. Si tratta di una sorta di responsabilità che il giornalista (o chi per lui) si assume: condensare in poche righe riflessioni, considerazioni forti, elementi che possono determinare il futuro di un’opera. Quanti pessimi libri esaltati da recensioni entusiaste? Quanti ottimi libri invece stroncati da recensori severi e consegnati alla rivalutazione (forse) da parte della posterità? Insomma la recensione è un passaggio importante ma, sempre per la famosa ingenuità di cui sopra, ho a tutt’oggi ritenuto che fosse legittima perché fondata su ciò che un libro dice realmente. E se lo dice è giusto che lo si metta in discussione, nel bene e nel male. Se la recensione è un atto forte, dunque, deve essere fondata, congruente, fortemente basata sui contenuti.
Dopo Il Gotha di Cosa Nostra, Il GIP di Palermo, Piergiorgio Morosini, torna a parlare di mafia nel suo nuovo libro Attentato alla giustizia. La mafia come metodo. Con le sue relazioni e le sue trattative. Il male oscuro di un Paese dove si è affermata un’illegalità diffusa. L’obiettivo strategico di ogni mafia è l’impunità. Solo quella rende credibile, longeva e ricca l’organizzazione criminale. Ma l’impunità, personale e patrimoniale, per essere conseguita necessita di complici nelle istituzioni, nel mondo delle libere professioni e nella imprenditoria. Il tema è di grande attualità.
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